Interviste di Elisa Leonelli
La Grazia, regia a sceneggiatura di Paolo Sorrentino, ha come protagonista Toni Servillo, nel ruolo del Presidente della Repubblica Mariano De Santis. Vedovo, ex-giurista e profondamente cattolico, ha una figlia, Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui. Ormai anziano, mentre il suo mandato volge al termine, si trova di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere considerate attenuanti e se promulgare la legge sull’eutanasia.
PAOLO SORRENTINO
Il protagonista di La Grazia è un prodotto della sua immaginazione di regista/sceneggiatore, ma come le è venuta l’idea di fare un film sui dilemmi morali di un Presidente della Repubblica?
Per caso mi era capitato di leggere questa notizia di Sergio Mattarella che dava la grazia a un uomo che aveva ucciso la moglie malata di Alzheimer. Il processo di elaborazione di un film poi diventa una specie di effetto domino. A partire dalla notizia che avevo letto, mi si sono aperte tutte le domande in relazione a un personaggio del Presidente della Repubblica, alla sua formazione. Subito mi è venuto da pensare ai presidenti della Repubblica italiani che avevano questo rapporto molto stretto con la figlia. In quel periodo anch’io avevo un rapporto molto di dialogo con mia figlia (Anna). Quindi tutto questo faceva partorire in me nuove idee sulle trame che mi appassionavano. Quando una rete di oggetti all’interno di un film finiscono per appassionarti così tanto, se ne rimane invischiati, si rimane intrappolati dentro, e a quel punto l’unico modo per uscirne è fare il film. A un certo punto cominci a sentire che ti arriva un vociare esterno che devi semplicemente mettere in ordine e pensi di avere la presunzione -perché è sempre un atto di presunzione fare un film- di essere in grado di raccontare qualche cosa che rompa il silenzio sulla vita, su un tema, su un personaggio, su delle storie. Mi sono ricordato della risposta che dava (il regista polacco Krzysztof) Kieślowski a questa domanda, che è bellissima, quindi la faccio mia. Diceva: “a un certo punto comincio a sentire dei profumi che sono in grado di rompere il silenzio.”
Cosa pensa che questo presidente abbia in comune con i politici reali del giorno d’oggi, oppure cosa ha di completamente diverso?
Questo personaggio ha qualcosa che adesso si vede sempre meno nei politici di oggi, che è la frugalità. Nel film viene raccontata in maniera semplice attraverso il cibo, ma la frugalità secondo me in un politico vuol dire avere una specie di vocazione alla responsabilità. Questo significa che l’assunzione di responsabilità, che tutti dobbiamo avere nei confronti di ciò che appartiene alla morale, nel caso di un politico, che la deve affrontare in pubblico, richiede un supplementare di un ulteriore coefficiente di responsabilità. Mentre troppo spesso nei politici di oggi, purtroppo soprattutto in quelli che hanno poi i ruoli di potere chiave, più che una vocazione si assiste a una partecipazione alla politica per ragioni di opportunismo.
In questo film c’è un continuo dibattito fra padre e figlia sull’eutanasia, c’è persino la rappresentazione di un papa africano che è naturalmente contrario. Spera che questo film rinnovi la discussione su questo argomento, dato in Italia l’eutanasia è sostanzialmente proibita?
Sì, francamente mi farebbe molto piacere se La Grazia potesse minimamente contribuire a riportare al centro dell’attenzione il discorso sull’eutanasia. Non c’è dubbio che questo mi darebbe proprio un segno tangibile del fatto che il film ha anche una utilità nel dibattito civile, perché in Italia ci sono degli episodi che fanno rinascere questo dibattito sull’eutanasia, però poi, così come rinasce, alle volte si spegne. E invece forse è tempo che la cosa vada affrontata nella sua interezza, anche in una via più organica, più definitiva, perché la legislazione al proposito in Italia è piuttosto frammentata. Non entro nello specifico perché è noioso, però è così.
Nel 2008 ha realizzato Il divo-La spettacolare vita del senatore Giulio Andreotti, sempre interpretato da Toni Servillo. Che doti ha visto in questo attore con cui collabora molto di frequente che lo rendono perfetto per questo personaggio?
R: Questa figura del Presidente della Repubblica, tra le tante caratteristiche, ne aveva una dalla quale dipendevano tutte le altre, che era una specie di innata autorevolezza. Dato che io ho sempre attribuito a Toni una sorta di innata autorevolezza, da tanti anni, da quando l’ho conosciuto per la prima volta, per me veramente non c’era altro attore che potesse interpretare questo ruolo.
TONI SERVILLO
C’è qualche Presidente della Repubblica Italiana a cui lei si è ispirato per interpretare questo personaggio?
No, non ce n’è uno in particolare. Con Paolo abbiamo pensato a diversi presidenti della Repubblica Italiana che avevano in comune tra di loro la vedovanza, il fatto di avere una sola figlia che spesso li accompagnava alle cerimonie pubbliche, e soprattutto uomini di diritto. Molti presidenti della Repubblica Italiana sono stati grandi uomini di diritto. E quindi abbiamo guardato un po’ in giro per allontanarci dai film precedenti che abbiamo fatto insieme, che si muovevano nello stesso mondo della politica. Con questo film credo che Paolo ha voluto creare proprio qualcosa di originale, che non ha un riferimento preciso.
Assomiglia a qualche altro uomo politico di oggi questo presidente? E quali sono le differenze?
Credo che questo personaggio abbia della politica una visione così nobile che fa sì che ciò che è somiglia a ciò che fa, cioè i suoi pensieri somigliano alle sue azioni. Mentre invece molto spesso oggi ci troviamo di fronte a dei politici che fanno molto spettacolo nascondendo i loro veri pensieri e affidando soprattutto al comportamento, allo slogan, la loro azione politica. Mariano De Santis lascia intuire al pubblico che quello che è corrisponde alle decisioni che poi prenderà.
Quali sono le doti che più ammira in questo presidente fittizio, molto diverse dal comportamento del presidente USA Donald Trump?
Io credo che una caratteristica evidente, ma che forse non viene molto fuori in queste conversazioni di Mariano De Santis, è il suo coraggio. Cioè, quest’uomo ha il coraggio di prendere una decisione che non corrisponde alla sua formazione e quindi di mettersi in discussione, e ha poi il coraggio di lanciare un monito per tutti. Credo che i politici debbano mostrare in alcune circostanze anche il coraggio di prendere in maniera responsabile delle decisioni.
Le è risultato difficile immedesimarsi in questo personaggio, lei che è attore e anche regista teatrale, ma non fa politica?
La difficoltà maggiore nell’affrontare questo personaggio era far credere dal primo momento al pubblico che si ha a che fare con il rappresentante più alto delle istituzioni nel nostro Paese. Quindi il pubblico doveva credere di trovarsi sempre di fronte al Presidente della Repubblica. E contemporaneamente dovevo far sentire che, dal momento che il film racconta il semestre bianco, cioè gli ultimi sei mesi del suo mandato, si tratta di un uomo anziano, che forse sta facendo i conti con il fatto che si avvicina alla fine. È in conflitto con la figlia, deve prendere delle decisioni su dare o meno due grazie e soprattutto firmare una legge sul fine vita. Insomma bisognava raccontare anche la sua fragilità.
Dopo aver collaborato con Paolo Sorrentino in tanti film, le sembra che il vostro rapporto sia cambiato, che si sia approfondito?
Io ho avuto l’impressione facendo questo film che il nostro rapporto somigliasse molto a quello che avevamo quando abbiamo fatto i primi film. Questo per dire che il film è stato fatto in una grande felicità creativa, in un’atmosfera molto serena, per quanto molto determinata. Ci sono dei periodi in cui non lavoriamo insieme, ma ci sentiamo, siamo curiosi l’uno di quello che fa l’altro, però rimane costante un desiderio che io avverto da parte di Paolo che in alcune circostanze io debba testimoniare i valori profondi del personaggio che lui ha immaginato. Mi faccio carico di questo con gioia e cerco di servirlo nel miglior modo possibile. Sento proprio che mi riaffida questa responsabilità, cioè mi dice, “questo lo devi fare tu.” Che poi significa anche, “fallo tuo, ma ci sono io con te.” Si alimenta una dimensione di reciproca fiducia. È come quando un materiale diventa malleabile, non oppone resistenza. Probabilmente avvertiamo questo l’uno nei confronti dell’altro.
La Grazia nei cinema italiani il 15 gennaio, negli USA su Mubi dal 12 dicembre 2025.
Vedi allegato il testo pubblicato su Best Movie-gennaio 2026

